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L'istinto materno: tra mito e realtà.

  • Immagine del redattore: dottoressafacchin
    dottoressafacchin
  • 16 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Quante volte hai sentito dire queste frasi?

La maternità è la cosa più bella del mondo…

Non sarai veramente completa e realizzata fino a quando non avrai un figlio…

Una mamma trova sempre la forza per fare tutto…

Sicuramente tante. Be, ti hanno raccontato una bugia!

La realtà è che l'istinto materno non è una forza biologica innata e universale, ma piuttosto un mito culturale profondamente radicato nella nostra società, e oggi i social media contribuiscono in modo significativo ad alimentarlo.

Questa narrazione idealizzata della maternità come un'esperienza intrinsecamente "naturale" e sempre gioiosa, guidata da un impulso biologico irresistibile, esercita una pressione immensa sulle donne. Ci si aspetta che le madri sappiano istintivamente come prendersi cura dei propri figli, ignorando il fatto che l'essere genitori è un processo di apprendimento complesso, influenzato da svariati fattori.

I social network, con la loro vetrina di "mamme perfette" che vivono continui momenti idilliaci, fungono da cassa di risonanza per questo mito. Le immagini filtrate e curate di famiglie felici, dove ogni sfida è invisibile, creano un confronto dannoso e un senso di inadeguatezza in chi non si riconosce in quel modello stereotipato; questa incessante esposizione al modello dell'istinto materno perfetto maschera le difficoltà reali, la tensione emotiva e la necessità di sostegno e risorse che la genitorialità comporta.

Infatti al di là della predisposizione biologica e ormonale che permette a una donna di crescere un bambino in pancia, di allattare al seno, di connettersi con i suoi bisogni al fine di garantirne la salute, non esiste alcun meccanismo che alla nascita del bambino consegni naturalmente e telepaticamente nelle braccia della madre un pacchetto completo di conoscenze, energie e positività per crescere il neonato.

E non solo, ci si aspetta che l’istinto materno si attivi immediatamente nella madre all’arrivo del bambino: si pensa alla transizione da donna a madre come a un interruttore on/off in cui prima dell’arrivo del bambino si è una donna, una persona unica e indipendente e subito dopo si è una madre, esistente quasi esclusivamente per salvaguardare la sopravvivenza e la salute di un piccolo essere umano.

In questa metafora, l’istinto materno rappresenta la struttura fisica, in plastica, dell’interruttore, che viene acceso dall’arrivo del bambino; una predisposizione naturale che rende ogni donna una potenziale mamma perfetta.

Come non esiste un interruttore che ci permette di passare dall’infanzia all’età adulta, parliamo infatti di “adolescenza” per definire chiaramente la fase di transizione che permette di far diventare un bambino, un adulto, allo stesso tempo non esiste un interruttore per passare da donna a madre. Per questo si dovrebbe rendere ben chiaro nell’immaginario collettivo la presenza di una fase di transizione da donna a madre attraverso un termine che la indichi; alcuni esperti infatti parlano di “matrescenza”. Proprio come l'adolescenza, la matrescenza comporta uno sconvolgimento emotivo e identitario che non è una malattia, ma un normale processo di sviluppo. Il mito dell’istinto materno funziona come un mantello magico che, appena indossato, fa sparire la donna per far apparire solo la madre, di conseguenza i bisogni della donna diventano invisibili: se l'istinto è naturale, allora non hai bisogno di aiuto, di riposo o di welfare, perché "la natura provvede".

Al contrario delle aspettative della società e del mito dell’istinto materno, diventare madre non è affatto una passeggiata e sono rarissimi i casi in cui il tutto avviene con la naturalezza che molti credono, c’è alla base una tensione emotiva, un conflitto nella neo-mamma che è tirata in due direzioni opposte: da un lato l'ossitocina, che si sviluppa con il contatto pelle a pelle, spinge la madre a concentrarsi esclusivamente sul bambino per garantirne la sopravvivenza, dall’altro la mente della donna cerca di mantenere le altre parti della sua identità (lavoro, relazioni, hobby, bisogni). Questo senso di conflitto è assolutamente normale ma spesso viene vissuto come una fonte di vergogna o di colpa.

A causa del mito dell’istinto materno, molte neo-mamme pensano di essere sbagliate, di avere qualcosa che non va, pensano di non sentire quello che dovrebbero sentire, per il solo fatto di non essere completamente felici e realizzate come gli era stato promesso. Molte temono di soffrire di depressione post-partum, pur non essendo clinicamente depresse, ma stanno solo vivendo il normale disagio di una trasformazione profonda, che purtroppo il mondo tende ad ignorare. Parlare apertamente della matrescenza (e del disagio e difficoltà che questa fase comporta) è fondamentale per sfatare questo mito della maternità come momento meraviglioso e liberare tutte quelle donne (e sono tante) che si sentono tutt'altro che realizzate e serena.

Alcuni pensano che la madre migliore sia quella che dedica anima e corpo al figlio, quella che investe tutte le sue risorse nella relazione con il bambino, e che non vuole nient'altro se nn occuparsi dei figli e della famiglia, dimenticandosi di essere una donna a sé. Invece darsi la possibilità di sentire delle emozioni negative, di fatica, tristezza, anche addirittura di pentimento, e leggittimarle, può aiutare a prevenire senso di colpa e costruire un immaginario di maternità più autentica.

 
 
 

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